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Maschile e femminile – alcuni aspetti biologici e culturali

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L’anno scorso un’amica e persona di riferimento umano è tornata nel proprio paese lasciando a tutti gli amici qualcosa dei suoi possedimenti milanesi: arredi, abiti, libri… Nel tentativo di meritarmi il prestito (mi piace vederla così) di una cosistente parte della incredibile biblioteca di T., mi sto leggendo piano piano tutti i volumi.
Ecco una traduzione di un saggio di Gregory Zilboorg (che fu medico nientemeno che di Gershwin, a quanto pare) raccolto in un volume dedicato a donne e psicologia, in lingua inglese. Data anteriore al 1958, quando Zilboorg è morto. Non ho trovato in rete il corrispondente italiano da linkare, così ho deciso di tradurlo nel pochissimo tempo libero. Questo post quindi verrà aggiornato spesso, fino alla conclusione del lavoro.
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Maschile e Femminile – Alcuni aspetti bilogici e culturali, di Gregory Zilboorg
La prima guerra mondiale sembra aver sfidato all’improvviso la visione tradizionale di ciò che viene chiamato femminilità. Le donne cominciarono ad apparire in ruoli prima occupati esclusivamente da uomini; cominciarono a lavorare come  autisti di tram, tassiste, “ragazzi” dell’ascensore (virgolette mie). Cominciarono anche a fumare sigarette, prima prerogativa esclusivamente maschile; oggi per le donne bere e fumare fa parte dei comportamenti normali in società, semai rappresentano una rarità quelle che non lo fanno. Durante l’ultimo anno dell’ultima guerra, e approssimativamente per una successiva decade, anche l’apparenza in generale delle donne ha subito consistenti cambiamenti. Il carré o taglio a caschetto tipico dei ragazzi è ormai generalizzato; le “maschiette” (flapper) dalla parlata spigliata, spigolose e dal petto piatto sono diventate un fenomeno così usuale  da risultare sempre meno evidente. Le gonne al ginocchio, i tailleur o abiti da strada, e il totale rifiuto del corsetto anteguerra esponevano le donne del dopoguerra allo sguardo maschile con contenuta provocazione, iniziativa, sicurezza di sé e sfida quasi compiacente.
Dal punto di vista psicologico tutti questi cambiamenti sono stati forse più rivoluzionari dell’acquisizione ed estensione del suffragio femminile – anche questo fenomeno primariamente post bellico. Il dettame Vittoriano di castità, innocente pruderie, modestia e romantica passività subì un colpo più forte grazie ai cambiamenti (apparentemente) esteriori citati, piuttosto che dall’ammissione delle donne ai compiti di avvocato, giurato o politico. Dopo tutto, la storia aveva già conosciuto  e accettato grandi donne nella politica. Si trattava di eccezioni, è vero; dovevano essere regine, sante, forze uniche dietro le scene, o semi-leggendarie, o ancora eroine rivoluzionarie – Vittoria, Giovanna D’Arco, Lucrezia Borgia, Porzia, Charlotte Corday. Ma nell’intero corso della storia le donne per la strada o dei ritratti sono rimaste ciò che viene vagamente individuato come “femminile”. Reale eguaglianza psicologica con gli uomini, iniziativa individuale, capacità dirigenziali, franca assertività del diritto femminile di scegliere un partner sessuale invece di venire sempre scelta e “mantenuta” da un uomo – tutto questo era davvero rivoluzionario.
Come sempre succede in queste faccende, gli aspetti puramente estetici di questa rivoluzione – la moda e lo splendore degli abiti – hanno cominciato rapidamente ad attenuarsi; gli abiti sono tornati gradualmente quasi alla loro rispettabile lunghezza “prerivoluzionaria”, i capelli sempre più lunghi, le pettinature più ornate. Ma il fondamentale cambiamento psicologico ha mantenuto la nuova posizione conquistata consolidandola, a dispetto del fatto che nel 1943 il Commonwealth of Massachusetts fosse ancora contrario all’ammissione delle donne nelle giurie, perché una donna giurato avrebbe docuto chiudersi in una stanza insieme a degli uomini nella sala della giuria e quindi non sarebbe stata in grado di occuparsi del caso in discussione in maniera sicura per sé stessa e decorosa peril pubblico. La natura di questo nuovo avanzamento delle donne verso una civilizzata indipendenza ed eguaglianza culturale non è ancora totalmente chiara, ma di fatto si tratta di un cambiamento incontestabile.
La psicoanalisi, che quasi sin dal proprio avvio ha avuto a che fare con le differenze psicologiche tra uomo e donna, ha sorprendentemente fallito nell’analizzare questo nuovo spostamento culturale. In realtà, non lo ha per niente affrontato. Un’attenta lettura della letteratura psicoanalitica tra 1914 e e i prini anni Venti rivela niente di più che occasionali trattazioni delle differenze bio-psicologiche tra uomo e donna, attribuite, così si asseriva, primariamente o esclusivamente alle differenze anatomiche tra i sessi. Freud ha richiamato l’attenzione sulcaustico modo di dire napoleonico “l’anatomia è destino”. La psicoanalisi, che in tutti gli altri aspetti dell’umana psicologia è stata iconoclastica, sembra essersi rassegnata ad accettare questo decreto del destino.
Non che la psicoanalisi abbia continuato a discriminare le donne, come invece hanno fatto biologia,  sociologia, filosofia e società industriale; al contrario, ha accolto le donne come partner nella professione, su una base di eguaglianza totale. Ma sembra rimanere abbastanza compiacente rispetto al problema, e non ha sollevato molte discussioni sul tema che avessero particolare originalità o sincero apprezzamento dell’apporto femminile.
A metà degli anni Venti, e approssimativamente lungo tutta la decade tra 1925 e 1935, la discussione ha cominciato a manifestarsi. La questione della fenomenologia e genesi delle differenze psicologiche tra i sessi comincia a essere dibattuta con notevole frequenza e vigore, e verso la fine della decade anche con adirata intensità, se non acrimonia.
(…)
Lasciatemi abbandonare per un po’ la psicoanalisi per prendere in considerazione la storia sociale e psicologica dell’autoaffermazione maschile. L’impressione che si ha da subito è che l’uomo non abbia mai messo in discussione conscientemente la propria superiorità; ha sempre sospettato dell’affidabilità e della stabilità della donna. Varium et mutabile semper femina, esclama Virgilio. Il Vecchio Testamento rifiutava con decisione la donna, anche se occasionalmente l’antico Israele ha riconosciuto delle profetesse. La Grecia dopo l’era omerica e Roma, con le loro filosofie, organizzazioni statali e giurisprudenza, non solo hanno favorito l’uomo, ma hanno mantenuto la donna in uno stato di svantaggio sociale, intellettuale ed economico. Una donna nell’antica Grecia non poteva prendere possesso di ciò che ereditava; veniva chiamata epicleros, ereditiera che non può possedere la propria eredità.
La dura opposizione alla donna elevata a sistema di pensiero, come è avvenuto nel XV secolo è stata già citata a proposito del Malleus Malleficarum. Verso il XVII sec. la razionalizzazione teologica ha contribuito a far sì che l’inferiorità femminile si secolarizzasse ulteriormente. Il nascente spirito scientifico ha velocemente adottato, o meglio incorporato, la perenne opposizione alla donna, e la panoplia della filosofia razionalistica del XVIII sec. come anche la scienza biologica del XIX sec. sono state impiegate a supporto dell’ipotesi, con nuove “prove” a disposizione, che l’uomo abbia sempre avuto ragione nella propria pretesa di superiorità.
La Rivoluzione Francese, come tutte le grandi crisi sociali, ha portato avanti la donna quale partner ed eguale dell’uomo nella storica battaglia per la libertà, e da qualche parte si sono cominciate a sentire voci in difesa delle donne. Non erano tutte Maria Antonietta; c’era Charlotte Corday come anche le molte e anonime compagne dei sanculotti e le loro sorelle in armi. Marie Jean Condorcet è stata una delle prime ad alzare la voce contro la superiorità che l’uomo si era autoattribuito, contro la filosofia androcentrica del genere umano. Egli insisteva:

“Se cerchiamo di confrontare l’energia morale delle donne con quella degli uomini, prendendo in considerazione l’effetto necessario dell’ineguaglianza con la quale i due sessi sono stati trattati da leggi, istituzioni, costumi e pregiudizi, e fissiamo la nostra attenzione sui numerosi esempi di disprezzoper sofferenza e morte che le donne hanno offerto, di costanza nelle loro risoluzioni e convinzioni, di coraggio e intrepidezza, e di grandezza d’intelletto, vedremo che siamo ben lontani dall’avere la prova della loro presunta inferiorità. Solo attraverso nuove osservazioni sarà possibile guardare con maggiore obiettività alla questione della naturale ineguaglianza tra i due sessi”. (1914)

Nuove osservazioni, per qualche ragione, non ne dovevano arrivare, o forse non sono state considerate con la giusta attenzione e rispetto; la tradizione quindi è proseguita per tutto il XIX sec. L’uomo forse divenne meno incline a dimostrare apertamente la propria preminenza; forse voleva fare alcune formali concessioni. Ma la tendenza principale continuò a prevalere.
“La visione androcentrica del mondo probabilmente cederà con lentezza pari alla visione geocentrica, o ancora a quella antropocentrica”. (M.J. Condorcet)
Questa è l’eredità psicologica lasciata in mano alla generazione chiamata a creare e sviluppare la teoria psicoanalitica.
A quanto pare, il pregiudizio antropocentrico interferisce nell’dentificazione di alcuni errori fondamentali. Ammettendo di essere in errore, bisognerebbe confrontarsi con la necessità di riconoscere l’indipendenza biopsicologica della donna, insomma – l’eguaglianza tra i sessi entro lo schema delle cose. Ci si chiede allora se questa ipotesi non sia così testardamente avversata per paura che la teoria genetica del sesso formulata dalla psicoanalisi debba cadere, e con essa forse l’intera struttura della psicoanalisi. Che questo sia totalmente improbabile anche se ai sesso fosse garantita totale eguaglianza psicoanalitica non è immediatamente chiaro; probabilmente invece è il ritardo culturale a rendere estremamente difficile l’abbandono del pregiudizio antropocentrico al quale si aderisce involontariamente ma testardamente e che interferisce con una serena valutazione del problema.
C’è un passaggio acuto di “The Taboo of Virginity” che per qualche ragione sembra essere andato nel dimenticatoio, anche se quella che secondo me è l’idea fondamentale di Freud viene attribuita a Melanie Klein. Freud scrive:

“D’altro canto l’uomo (o l’uomo primitivo) ha l’abitudine di proiettare i propri sentimenti più profondi di ostilità nel mondo esterno, ovvero di attribuirli a qualsiasi oggetto gli dispiaccia, o anche gli risulti non familiare. Anche la donna viene guardata come possibile fonte di simili pericoli e il primo atto sessuale con una donna si distingue per la sua speciale pericolosità”.

Ci si chiede se in questo passo Freud non vada a toccare proprio quell’ostilità fondamentale che l’uomo nutre verso la donna, ostilità che proietta nella donna con l’occasione del primo approccio sessuale verso di lei, o in generale quando si rivolge a lei con la propria domanda sessuale.
Il pensiero base di questo passaggio sembra essersi perso nella visione tradizionale; lasciatemelo analizzare attentamente, poiché sarà di grande utilità. Che l’uomo, di regola, si avvicini alla donna con primordiale ostilità, e che poi la sua primordiale paura della castrazione da parte di lei possa provare una proiezione della propria ostilità sulla donna, è un dato indiscutibilmente implicito nelle parole di Freud. Quando egli dice che “Il bisogno sessuale non unisce gli uomini, li separa”, sicuramente suggerisce che la spinta sessuale sin dal primissimo impulso contenga ostilità primordiale diretta contro l’altro uomo come rivale. Considerata l’affermazione citata prima, penso di non sbagliarmi assumento almeno che Freud considerasse questa primordiale ostilità anche come diretta verso la stessa donna che l’uomo approccia sessualmente.
Sia Josine Muller che Jones hanno affermato che la donna si sente colpevole non per essere stata castrata, ma per “non essere capace di fare bambini, ovvero perché i propri organi interni sono stati danneggiati”. Horney ha ripetutamente richiamato l’attenzione sulla paura femminile di subire violenza e sull’atteggiamento di vendetta verso l’uomo, diretto “con veemenza particolare verso l’uomo che ha agito l’atto della deflorazione”, che la ragazza ha paura “che il contenuto del proprio corpo venga distrutto, rubato o succhiato fuori”. Tutte queste osservazioni sembrano suggerire che le paure femminili siano in qualche modo profondamente collegate con la paura dell’uomo e di allevare bambini.
Il suggerimento apparentemente iconoclastico di Karen Horney, che una delle questioni principali nello sviluppo della sessualità maschile e femminile è il fatto che la donna si pone in relazione all’uomo come il servo al padrone, viene affermata piuttosto chiaramente da Freud. In “The Taboo of Virginiity” dice che l’insistenza sulla verginità prima del matrimonio “non è altro che una logica conseguenza dell’esclusivo diritto di possesso su una donna, essenza della monogamia – non è altro che un’estensione di questo monopolio verso il passato”. Che Freud abbia visto questo aspetto nella giusta luce è incontestabile. E’ altrettanto chiaro che il proprio pregiudizio androcentrico non abbia visto nulla di strano o deviante rispetto al normale corso della vita umana, in questa superiorità attribuita all’uomo.
Per quanto frammentaria possa essere questa esposizione, e discontinui i suggerimenti qui proposti, servono comunque da background sufficientemente ampio a supportare l’assunto: ovvero che né il problema dello sviluppo della sessualità femminile, né il vero ruolo biologico e psicologico della donna sono stati neanche lontanamente compresi dalla psicoanalisi; che Freud era a conoscenza di questo fatto in molti dei suoi studi; che era guidato dal pregiudizio androcentricoo, in altri termini, era intralciato dal ritardo culturale causato dal pregiudizio androcentrico; che Freud era pienamente consapevole che problemi quali l’eredità matrilineare, le divinità femminili, l’ostilità maschile verso la donna, il movente dello stupro e la soggezione della donna da parte dell’uomo erano degni di attenzione. Per una qualche raghione egli li ha solo sfiorati e non ha offerto alcun accenno di soluzione. Il suo punto di partenza era quello stato dell’umanità che, seguendo Darwin, chiamava il branco primitivo. Ha catturato sprazzi di alcuni elementi che forse hanno preceduto il branco; ha osservato fatti che ha attribuito a un periodo precedente; ma non si è avventurato nell’analisi e visualizzazione del remoto passato dell’uomo che storicamente si colloca molte ere prima del branco primitivo.
Non si può rimproverare a Freud di non essere andato più in là, ma una volta affermato il fatto, bisognerebbe tentare una spiegazione. Il ritardo culturale del pregiudizio androcentrico è ben soddisfatto dalla scelta del branco primitivo come punto di partenza. L’acutezza della concezione freudiana esposta in “Totem e Taboo” era così soddisfacente, così convincente, che i seguaci di Freud si sono lasciati sfuggire il fatto che la costruzione antropologica da sola, vista la posizione primaria ed esclusiva che ha occupato fino ad oggi, sposti fuori prospettiva il problema della sessualità femminile. Gli aspetti culturali del problema sono stati illuminati da molte belle idee, mentre quelli biologici sono stati ignorati e gli osservatori hanno dovuto rivolgersi all’anatomia e all’embriologia piuttosto che a un’ipotesi dinamica genetica,  biologica.
Dalle mie conoscenze, mi risulta che solo Ferenczi abbia colto questo empasse metodologico della psicoanalisi. Pensava di superare la difficoltà attraverso alcune speculazioni biologiche, ma non le ha mai collegate alle concezioni antropologiche, e conseguentemente psicologiche in senso psicoanalitico- ovvero nel senso della sintesi tra biologia e antropologia e delle conseguenti manifestazioni dinamiche di tutte le forze coinvolte nel funzionament dell’apparato psichico.